Troppa gentilezza
Ho sopportato morire
Perché al dolore di un anima
Mi anestetizzi il cuore,
Ti ho visto luna
Nel candore profondo,
Degli occhi, della piaga
Che ti erode dentro.
Nulla ho potuto
Alla fretta del sole
Che nell'incedere immoto
Mi ha travolto
Scorazzato.
Mai tanto eterno,
Mi sosterà accanto
Ch'io possa dimenticarti,
E Quale miracolo
Dovrò incrociare
Perché il troppo adulto
Non mi geli addosso.
Dedicata:
A Luna, cagnolina vittima inerme dell’indifferenza, che troppo spesso comporta circostanze di irrecuperabilità delle condizioni di un paziente e dunque al più triste degli epiloghi di cui una storia può fruire.
In questa poesia la parola “Luna” è una bicefalia (dal suffisso latino “bi – duplice” e “képhalos – testa/mente") figura retorica con cui intendo che la stessa parola assume due significati contemporanei coerenti con l’espressione ultima del componimento stesso; In questo caso assume sia il nome del soggetto sia quello del nostro satellite; l’animale presentava una forma di cataratta molto avanzata perciò il candore dei bulbi oculari rendeva facile questa associazione ed ora eleva la nostra protagonista verso il divino.
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